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June 19 Sul referendum del 21 e 22 giugnoCome forse tutti saprete, ed il condizionale è d’obbligo visto lo scarso interesse mostrato in questi giorni dai media, il 21 ed il 22 giugno si torna nuovamente alle urne.
Questa volta oggetto della votazione sono i tre quesiti referendari che si propongono di modificare l’attuale legge elettorale. Prima di esprimere il mio punto di vista sul come votare e, soprattutto, sul se andare a votare o no, esaminiamo brevemente nel dettaglio il contenuto delle diverse schede:
Il 1° ed il 2° quesito (valevoli rispettivamente per la Camera dei Deputati, scheda viola, e per il Senato, scheda beige) si propongono l’abrogazione del collegamento tra liste e l’abrogazione della possibilità di attribuire il premio di maggioranza alle coalizioni di liste. Le attuali leggi elettorali di Camera e Senato prevedono, infatti, un sistema proporzionale con premio di maggioranza, tale premio è attribuito su base nazionale alla Camera dei Deputati e su base regionale al Senato. Esso è attribuito alla “singola lista” o alla “coalizione di liste” che ottiene il maggior numero di voti.
In caso di esito positivo del referendum, la conseguenza sarà che il premio di maggioranza verrà attribuito alla lista singola (e non più alla coalizione di liste) che abbia ottenuto il maggior numero di seggi. Un secondo effetto del referendum sarà l’innalzamento implicito delle soglie di sbarramento. Per ottenere una rappresentanza parlamentare, cioè, le liste dovranno comunque raggiungere un consenso del 4 % alla Camera e del 8 % al Senato senza però usufruire della possibilità di coalizzarsi con altri partiti.
In sintesi: la lista più votata ottiene il premio che le assicura la maggioranza dei seggi in palio, le liste minori ottengono comunque una rappresentanza adeguata, purché superino lo sbarramento previsto. In caso di vittoria del Sì la pericolosa conseguenza potrebbe essere che un partito che alle votazioni ottenesse il 30% delle preferenze e che superasse gli altri partiti, si ritroverebbe ad avere il 55% dei seggi in Parlamento che gli garantirebbero la governabilità in completa autonomia, senza la necessità di cercare quindi consensi e compromessi con altri partiti minori… una svolta netta verso il bipartitismo.
Il 3° quesito (scheda verde) si prefigge l’obiettivo di abrogare le candidature multiple.
Oggi la possibilità di candidature in più circoscrizioni dà un enorme potere al candidato eletto in più luoghi (il c.d. “plurieletto”) infatti, quest’ultimo, optando per uno dei vari seggi ottenuti, fa in modo che il primo dei candidati “non eletti” della propria lista in quella circoscrizione gli subentri nel seggio al quale rinuncia. Il plurieletto, di fatto, dispone del destino degli altri candidati la cui elezione dipende dalla propria scelta, se sceglie, infatti, per sé il seggio “A” favorisce l’elezione del primo dei non eletti nella circoscrizione “B” e se, viceversa, sceglie il seggio “B” favorisce il primo dei non eletti nella circoscrizione “A”. Nell’attuale legislatura questo strano fenomeno coinvolge circa 1/3 dei parlamentari, in altri termini: 1/3 dei parlamentari sono scelti dopo le elezioni da chi già è stato eletto e diventano parlamentari per grazia ricevuta.
Con l’approvazione del 3° quesito la facoltà di candidature multiple verrebbe abrogata sia alla Camera che al Senato.
Detto ciò, domenica e lunedì io non mi recherò alle urne…
Non andrò a votare, non perché così vuole la Lega Nord o perché i partiti minori, la sinistra massimalista, l’Udeur di Mastella e tanti altri sono contrari al referendum, che porterebbe ad una loro quasi totale scomparsa, non perché anche Casini mi dice di non votare… non mi recherò alle urne per protesta!
Protesta contro l’ennesimo referendum assurdo, che propone tre schede dal testo lungo e incomprensibile, su di una materia altamente tecnica che dovrebbe essere decisa entro le aule parlamentari, con un notevole risparmio di tempo e di danaro per l’intero Paese.
Al di là, dunque, dal condividere o meno gli obiettivi referendari non voterò perché, dallo storico referendum del 1974 sul divorzio, la percentuale dei votanti si è costantemente abbassata tant’è che dal 1997 ad oggi nessun altro referendum ha mai raggiunto il quorum (50% + uno degli aventi diritto al voto) e questo principalmente a causa dell’abuso che si è fatto in questi anni dello strumento referendario, che ha portato ad una inutile ed incalcolabile spesa per l’intera collettività.
Quest’anno, per indire questo referendum, si è parlato di un costo che si aggira attorno ai 400 miliardi di euro che si sarebbero facilmente risparmiati, per poter essere meglio impiegati, se solo i nostri politici avessero fatto il loro dovere, discutendo e modificando l’attuale legge elettorale, criticata da chiunque, tra i banchi del Parlamento… in fondo li paghiamo per questo, e li paghiamo anche molto bene.
(Ovviamente nei comuni, come Bologna, dove si terranno i ballottaggi per l'elezione del sindaco o del presidente di provincia, il mio consiglio è quello di votare per le amministrative e rifiutare le schede dei referendum) Comments (3)
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